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Teso e permaloso Matteo al potere non sta più sereno

Matteo feliceAPPANNATO LO STILE DA GUASCONE, SOTTO LA PRESSIONE DELLE CRITICHE INTERNAZIONALI, SBOTTA: “BRUXELLES CHI?”

Quando la telecamera di Millenium (Rai3) ha stretto su Matteo Renzi, il capofila del giglio magico, dispensatore nazionale di entusiasmo, è apparso aggressivo, concitato, turbato. Qualche ora prima – era martedì – era andato a far visita a Mario Draghi, in Umbria. E non era lì per un brindisi conviviale. È andato a far visita a una fonte di nervosismo. Stavolta, non va biasimato. Silvio Berlusconi, compagno di riforme e firmatario di patti, aveva il sole in tasca. Poi un’eclissi l’ha spento, il sole. Matteo Renzi è sbarcato a Roma con il giglio fiorentino, “bottonato di rosso”, araldica e leggende: pare che Giuseppe avesse in mano un giglio, e non un mazzo di rose, all’appuntamento con la sposa Maria.  A Roma vennero i pesciolini, i carrelli per la spesa, le vendite di auto blu: il Renzi radioso, in perenne televendita, che fa sfigurare il rodato Mastrota.  In queste settimane tra ramanzine di Draghi e Prodotto interno lordo col segno meno, manovre correttive e previsioni incorreggibili, Renzi ha dismesso se stesso, i sorrisi e pure il giglio s’è sfatto, moscio. A Mia Ceran, durante l’intervista a Millenium, che chiedeva di lavoro, articolo 18, occupazione giovanile, Renzi ha replicato diventando d’un tratto corrucciato, impaziente: il Renzi nervoso. E come spesso accade, l’ex sindaco ha ripetuto il mantra: “Mi piacerebbe parlare di cose vere”. Che poi sono cose belle, a parole, appunto: speranza, coraggio, ottimismo, futuro. Ai boy scout, arsi al sole (quello vero, non quello di B.), Renzi ha offerto il solito programma di governo.
Un’oratoria accurata, efficace per una platea di giovani lupetti, chissà se così coinvolgente per Draghi, che da un po’ di giorni il premier ascolta al telefono e martedì ha incontrato in trasferta, a Città della Pieve, per sedare il nervosismo (che il numero uno della Banca centrale europea, di certo, non può alleviare). Ora Renzi perlustrerà i luoghi del dolore (la definizione è sua): la Sicilia, Gela e Termini Imerese; la Campania, Napoli e Bagnoli; la Calabria, Reggio. E ieri è tornato a Milano, per l’Expo. È successo ancora: ha citato i gufi, li ha sfidati. Esatto, ha lanciato il guanto, ha fissato il faccia a faccia, un po’ lontano nel tempo, però l’ha fatto. Ha indetto il “No Gufi Day” per il primo maggio 2015, per l’inaugurazione dell’esposizione universale.

IL DUBBIO: il gufo è un tormento che Renzi si trascina dagli anni da lupetto o un gufo inquieta il sonno presidenziale? Non è frequente che s’affacci nei sogni, il gufo, simbolo di intuizione, chiaroveggenza e veglia spirituale. All’inizio, i gufi erano una minoranza, gufavano in silenzio, erano difficili da notare, vedere e semmai facili da combattere. Adesso i gufi si sono organizzati, lo stesso Renzi ne ha elencate alcune specie: il gufo brontolone, il gufo professore, il gufo indovino. Senza dimenticare il gufo rosicone, forse il più temuto. In alternativa, il catalogo renziano non è mai parco di epiteti, ci sono gli avversari sciacalli, meno simpatici dei gufi, pensate al gufo professore con gli occhiali. Quando l’interlocutore, e dunque non un adulatore, riesce a riportarlo in una dimensione reale (non animale o onirica), il Renzi nervoso s’arrende: “So che dovrei essere prudente, ma se dovessi essere pessimista farei un altro mestiere…”. Adesso non gli piacciono più neanche quelli che chiama “giornali internazionali” e non seguono l’evoluzione ornitologica, ma lo interrogano sul bilancio di Stato. Il Renzi nervoso è una versione inedita di questo agosto, che se non ricalca le terribili ferie 2011 di Berlusconi con la lettera Bce, un po’ le rievoca. Come l’alleato del Nazareno – chi si somiglia si piglia – Renzi non sopporta i rimproveri. Che sia Stefano Fassina a muovere una critica o la Commissione europea sui fondi non utilizzati, il Renzi nervoso non cambia verso, utilizza un’identica tattica: “Bruxelles, chi?”, domanda, e si agita. Finge di non comprendere, vuole fraintendere: “Ho detto ‘Fassina, chi?’ e si è dimesso, non vorrei che si dimettesse anche Bruxelles”. Forse Renzi è convinto che ci sia un raduno di gufi nei dintorni di palazzo Chigi. Forse ha capito che, seppur piccoli, anche i gufi s’incazzano. E danno noia.

di Carlo Tecce
Il Fatto Quotidiano 14.08.2014

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